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Yahoo, continua il "caso Cina"

Sembra infinito il caso in cui è andato a cacciarsi Yahoo. Ancora qualche anno fa la sezione asiatica del colosso americano (Yahoo China) fornì al governo cinese dati personali di due scrittori cinesi utenti di Yahoo e "cyberdissidenti" della Repubblica Popolare Cinese.

 

Wang Xiaoning, autore e redattore di pubblicazioni in favore di una spinta verso la democrazia, fu arrestato nel 2002 e condannato a dieci anni di carcere con l'accusa di "incitamento alla sovversione dello Stato". Nel 2004 analogo provvedimento subì Shi Tao, reporter e redattore del Contemporary Business News in China, condannato anch'egli a dieci anni per aver divulgato in tutto il mondo, su forum di discussione gestiti appunto da Yahoo, alcune "direttive segrete" rivolte da Pechino ai direttori di tutte le testate cinesi: veri e propri divieti che imponevano di non raccontare il quindicesimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen, per il rischio di disordini. I due giornalisti denuciarono poi di aver subito torture in carcere. Casi del genere non sono certo rari in Cina, ma questi sono assurti a risonanza internazionale proprio per il fatto che una "pedina" centrale del caso è stata Yahoo.

 

Yahoo China, che ha sede a Hong Kong, venne da più parti accusato di favoreggiamento della tortura. Si mobilitò anche Reporters Sans Frontières, e nel 2006 la divisione cinese di Yahoo venne indagata dal Commissariato per la privacy dei dati personali di Hong Kong. Infine i parenti degli arrestati si rivolsero anche a un'organizzazione non governativa americana che monitora il rispetto dei diritti umani, la World Organization for Human Rights USA, che lo scorso aprile ha presentato alla Corte distrettuale della California del Nord una richiesta di risarcimento ai danni di Yahoo. Morton Sklar, executive director dell'organizzazione, ha dichiarato: "Yahoo è colpevole di un'azione d'irresponsabilità aziendale. Aveva motivo di sapere che se avesse fornito alla Cina quelle informazioni identificative, quelle persone sarebbero state arrestate".

 

Dopo aver incassato il colpo per mesi, ora il colosso di Internet è passato alla difensiva. Il 27 agosto ha presentato un documento di quaranta pagine alla Corte distrettuale della California del Nord con la richiesta di archiviare la causa, sostenendo che Yahoo China, come ogni altra azienda, ha semplicemente dovuto rispettare le leggi dello stato cinese, che impongono di collaborare a chiunque riceva una richiesta di informazioni da parte delle autorità nell'ambito di un'indagine. La questione, si sostiene nel documento difensivo, riguarda "un caso politico che si riferisce alle leggi e alle azioni del governo cinese", e viene aggiunto che "le corti americane non sono il luogo predisposto per trattare il caso". Esprimendo "profonda solidarietà" per le parti lese e le loro famiglie, e senza "approvare in nessun modo la repressione dei diritti civili in Cina", Yahoo sostiene quindi di essersi dovuto attenere al rispetto delle leggi della Repubblica Popolare.

 

Il caso però è arrivato legalmente nelle corti statunitensi per effetto del "Torture Victim Protection Act", una legge che consente di avviare cause civili negli USA contro soggetti che, agendo per conto di una nazione straniera, commettano o siano complici di torture od omicidi, anche se le vittime non sono cittadini americani. Tuttavia la legge, introdotta nel 1992, non è di facile applicazione, forse anche perché un suo abuso rischierebbe di "generare serie frizioni nelle relazioni internazionali", come disse quando fu approvata l'allora presidente degli Stati Uniti, George Herbert Walker Bush, padre dell'attuale presidente.

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